martedì 28 luglio 2009

Afghanistan, governo diviso. Ma il Pd cosa fà?

Sulla questione Afghanistan, il governo italiano si spacca.
Da una parte la Lega Nord, che per voce di Bossi prima e Calderoli poi, invoca il ritiro immediato da quelle zone congiuntamente al ritiro da Kosovo e Libano, dall'altra il Pdl che con il ministro degli Esteri Frattini ha dato la disponibilità agli Usa di un aumento di uomini e mezzi del contingente italiano.
Uno strappo nella maggioranza che però i capigruppo leghisti alla Camera ed al Senato, si affrettano a ricucire.
Anche il ministro della Difesa La Russa, si è impegnato a salvare "l'unità" della destra dicendo che Bossi ha promesso che la Lega si atterrà alle decisioni della maggioranza.
E in tutta questa confusione l'opposizione che fà?
L'Udc di Casini chiede che il governo riferisca in parlamento, mentre il Pd accusa il governo di non garantire ai militari la "compattezza" necessaria, ma assicura il voto favorevole alla permanenza del contingente italiano in Afghanistan.
L'unico contrario Di Pietro e la sua Italia dei Valori che ricorda che la stessa IdV è sempre stata contraria alla guerra, affermazione a nostro giudizio un pò dubbia.

Per saperne di più potete leggere anche l'articolo di Senza Soste qui riportato.

http://www.senzasoste.it/editoriali/afghanistan-il-vietnam-italiano-ecco-gli-indizi.html

Allarme mare monstrum



di Letizia Gabaglio

Coste sommerse. Acque calde. E milioni di persone costrette a trasferirsi. I ricercatori ne sono certi: il futuro del Mediterraneo è pieno di rischi

Pensate al Delta del Nilo così com'è oggi: terreni fertili, località turistiche, città ricche di storia e tradizioni. E ora sforzatevi di immaginare come sarà alla fine del secolo se, come si stima, il mare si sarà alzato di un metro: un acquitrino immenso. Niente colture, nessun villaggio, zero turisti.

Non è un esercizio mentale fantasioso ma la previsione elaborata dalla Banca mondiale per questa zona del Mediterraneo, se il cambiamento climatico non venisse fermato. Secondo lo studio l'innalzamento di un metro colpirebbe circa sei milioni di persone, che sarebbero obbligate a trasferirsi altrove, e renderebbe inutilizzabile il 10 per cento delle terre. A correre questo rischio gli abitanti del Delta del Nilo non sono soli: le caratteristiche geomorfologiche del Mar Mediterraneo, infatti, sembrano poter accentuare gli effetti del riscaldamento globale.

GUARDA: LA MAPPA DELLE COSTE

Sulla lista rossa ci sono, per esempio, le isole di Kerkean, Kneis e Djerba nel Golfo di Gabes in Tunisia: le loro coste sono già erose e l'innalzamento del mare le sommergerà. Un danno non indifferente anche dal punto di vista economico: il turismo di Djerba vale il 24 per cento dell'economia turistica tunisina. E anche se il mare le risparmiasse, l'inquinamento sta già sconvolgendo l'habitat che le ha sempre caratterizzate: le specie native di pesci e di alghe stanno scomparendo. Se ci spostiamo a nord, sulle coste spagnole, troviamo problemi simili: il delta del fiume Ebro, nel Golfo di Valencia, è a rischio inondazione, con le acque salate che minacciano quelle dolci, con conseguenze gravi sull'agricoltura e sulle riserve di acqua potabile.

Immaginare un innalzamento di un metro era fino a pochi anni fa impossibile, ma le ultime previsioni, pubblicate da un gruppo di ricerca coordinato dal Centro nazionale di oceanografia di Southampton (Nocs) alla fine di giugno su 'Nature Geosciences', stimano un innalzamento addirittura di 25 metri nei prossimi due millenni. Oltre tre volte più di quanto calcolato dall'International Panel on Climate Change (Ipcc), il gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Così, ragionando sui prossimi 100 anni, sempre più esperti sono convinti che un metro sia ciò che ci si deve aspettare. Ma cosa succederebbe in Italia se il mare si alzasse così tanto? "Secondo i dati dei mareografi, il Mediterraneo è salito meno degli altri oceani: circa 11 centimetri negli ultimi cento anni, rispetto a una media di 18 centimetri", spiega Fabrizio Antonioli, paleoclimatologo dell'Enea. "Ma non è detto che questo sia un dato positivo sul lungo termine". Per immaginarci cosa succederà alla fine del secolo sulle coste italiane dobbiamo considerare, infatti, anche i movimenti tettonici a cui è soggetta tutta la penisola. Risultato: secondo le stime dell'Enea, potremmo perdere più di 4.500 chilometri quadrati di costa e 33 delle località che oggi siamo abituati a pensare come possibili luoghi di villeggiatura estiva potrebbero essere solo ricordi da cartolina. Qualche esempio: dalla piana della Versilia al delta del Po, dalla piana del Sele, in provincia di Salerno, alla costa di Oristano in Sardegna.


Il futuro del Mediterraneo preoccupa molto i climatologi che alle conseguenze del riscaldamento globale su questo delicato ecosistema stanno dedicando sempre più attenzioni. Ne è un esempio l'ultimo rapporto dell'Institut du développement durable et des relations internationales (Iddri) di Parigi, dal titolo 'The future of the Mediterranean. From impacts of climate change to adaptation issues'. Che lancia un avvertimento: nel 2075 chi farà il bagno lungo le coste mediterranee potrà contare su un'acqua fra i 2 e i 4 gradi centigradi più calda di oggi. In particolare, il Mar Adriatico e l'Egeo saranno quelli più caldi, mentre il bacino levantino avrà le acque più fresche. Il riscaldamento potrebbe portare alla creazione di grandi differenze di temperatura fra acque superficiali e di profondità, generando così un fenomeno di anossia: "Verrebbe meno il rimescolamento delle masse d'acqua, causando una mancanza di ossigeno su tutta la colonna", spiega Piero Lionello dell'Università del Salento, a capo della linea di ricerca sugli eventi estremi di Circe (Climate Change and Impact Research: the Mediterranean Environment), progetto europeo che studia l'impatto del cambiamento climatico sul Mediterraneo. Un evento che metterebbe a serio rischio la sopravvivenza delle specie vegetali e animali che popolano il Mediterraneo. D'altronde già oggi è possibile scorgere i segni del cambiamento in atto: meduse che amano climi particolarmente caldi sono arrivate dai tropici e anche il velenoso pesce palla sembra ormai essere perfettamente a suo agio nel Mediterraneo. Oltre all'invasione di specie, l'innalzamento delle temperature ha già portato, e lo farà sempre in misura maggiore, a una migrazione di pesci e molluschi che dalle acque del Nord Africa si sposteranno più a nord alla ricerca di un ambiente fresco. Finché sarà possibile.

Insomma, i paesi che si affacciano sul Mare Nostrum potrebbero davvero soffrire più degli altri del cambiamento climatico. Un esempio su tutti: le previsioni parlano di un innalzamento della temperatura dell'aria su scala globale che varia, a seconda del modello statistico usato, da più 1,1 C a più 6,4 C entro la fine del XXI secolo. Sul Mediterraneo questo aumento sarà superiore, da più 2 C a più 6,5 C. E se c'è qualcuno che pensa che in fondo si tratti di poca cosa, sarà bene ricordare che dalla temperatura media dell'ultima era glaciale ci separano al momento solo 5 C. A livello globale bastano davvero pochi gradi per cambiare la faccia del pianeta.

Ma c'è anche chi è convinto che non si dovrà aspettare la fine del secolo per vedere i grandi cambiamenti, perché allo stravolgimento del clima mancano solo pochi anni. Secondo alcuni ricercatori, già a partire dal 2030 si raggiungeranno quei fatidici 2 C in più della temperatura media dell'atmosfera che l'Ipcc ha decretato come limite oltre il quale deve scattare l'allarme. E a nulla varranno quindi i buoni propositi, appena sanciti dal G8 dell'Aquila, di non superare quel tetto entro il 2050. In particolare, un team internazionale di ricercatori, a cui ha partecipato anche Marco Bindi dell'Università di Firenze, ha puntato la sua attenzione proprio sul Mare Nostrum e ha calcolato che fra 20 anni avremo 30 giorni di più all'anno con una temperatura sopra i 25 C e 15 notti in più con il termometro che non scenderà sotto i 20 C. Lo studio, pubblicato sulla rivista 'Global and Planetary Change', descrive quindi il nostro prossimo futuro: ondate di calore più frequenti d'estate e autunni e inverni più piovosi e nevosi.

La catena di causa-effetto, infatti, parte dal riscaldamento dell'aria, passa per la temperatura della superficie dei mari, e arriva alla formazione di depressioni e anticicloni. Qualche grado di più o di meno, quindi, si trasforma anche in maggiori o minori precipitazioni. "I modelli dicono che andremo incontro a una diminuzione delle precipitazioni sul Mediterraneo", spiega Alexandre Magnan, uno dei ricercatori che ha lavorato al rapporto dell'Iddri. "Le ripercussioni le patiranno soprattutto le comunità meno sviluppate, perché l'accesso all'acqua potabile sarà sempre più difficile, ma ci saranno anche dei problemi per l'agricoltura". Una situazione che porterà a una diminuzione anche delle tempeste: "Con lo spostamento verso nord delle fasce normalmente percorse dai cicloni diminuirà la loro intensità e frequenza", spiega Lionello. La zona tropicale si allargherà verso nord e le perturbazioni atlantiche cambieranno percorso, così gli inverni diventeranno più piovosi che nevosi. E c'è anche chi, ma si tratta di un solo studio isolato, prevede che in futuro il clima del Mediterraneo si trasformerà tanto da favorire la formazione di uragani.

Ecco allora in vero problema: il Mediterraneo si trova oggi al confine fra le zone tropicali e quelle miti, con inverni in media piuttosto rigidi ed estati calde. Se questo confine però si spostasse di 500 chilometri, allora le cose cambierebbero radicalmente ma solo per le popolazioni che si affacciano su questo grande specchio di mare. Per il pianeta potrebbe anche non rappresentare un grande cambiamento ma per noi vorrebbe dire ritrovarsi a vivere ai tropici.

ha collaborato Caterina Visco


(23 luglio 2009)


http://espresso.repubblica.it/dettaglio/allarme-mare-monstrum/2105132&ref=hpsp

TABELLE:

Specie in cattive acque

L'invasione degli alieni

IL GRAFICO:

Temperatura e salinità superficiali del mare

lunedì 27 luglio 2009

Bolivia: chi si nasconde dietro ai complotti per rovesciare Evo Morales

LA VOCAZIONE GOLPISTA DELLA “MEZZALUNA”. BOLIVIA: CHI SI NASCONDE DIETRO AI COMPLOTTI PER ROVESCIARE EVO MORALES.

di ANDREA NECCIAI

La vittoria del SI al referendum costituzionale di inizio anno ha confermato il sostegno della maggioranza dei boliviani al progetto riformista dell’indio Evo Morales e del suo governo. La nuova Costituzione ha sancito - per la prima volta - come diritti fondamentali l’acqua, i servizi di base, la salute, l’istruzione e le risorse fondamentali dello Stato. Una novità non da poco, dal momento che tutti questi diritti sono stati fino ad oggi considerati in Bolivia – e, in generale, in tutto il continente latinoamericano – come semplici merci da sottoporre alle regole della domanda e dell’offerta.

Dopo le dure lotte sostenute dagli indios negli ultimi decenni contro l’ignoranza e il razzismo di una società “bianca” arricchitasi grazie ad immense rendite economico-finanziarie, ora finalmente “vengono riconosciute diverse forme di economia, come quella pubblica e comunitaria e non solo quella di mercato. Si garantiscono i diritti collettivi e storici dei popoli originari (quechua ed aymaras), sterminati per 500 anni e trattati come figli minori da governi che esercitavano la legge sui luoghi dove da millenni i popoli indigeni avevano edificato cultura e armonia”. *

Ma il presidente boliviano, che prima del referendum aveva già incassato un altro importante successo elettorale nell’agosto 2008, ottenendo il 63% dei consensi alla riconferma del suo mandato, si trova ancora alle prese con le velleità secessioniste delle ricche circoscrizioni orientali (la cosiddetta “Mezzaluna”), i cui prefetti, spalleggiati dall’oligarchia imprenditoriale, non solo si oppongono al nuovo dettato costituzionale ma continuano a reclamare l’autonomia. Non a caso nella Mezzaluna, macroregione comprendente i dipartimenti di Tarija, Santa Cruz, Beni e Pando (situati a nord e a est del Paese), si concentrano le maggiori ricchezze economiche (imprese e siti produttivi) e grandi riserve energetiche e naturali (acqua, gas e idrocarburi), da decenni oggetto di sfruttamento selvaggio da parte dei governi corrotti e delle compagnie multinazionali.

Dal gennaio del 2006, anno in cui Morales ha assunto l’incarico presidenziale, l’azione delle forze dell’opposizione non si è affatto limitata alle critiche o all’ostruzionismo politico, nella logica del confronto civile, ma è stata spesso condotta con mezzi illegali e violenti. Grazie al lavoro della magistratura boliviana, che sta indagando sul conto di alcune organizzazioni paramilitari, è stata recentemente scoperta una cospirazione per destabilizzare l’attuale governo in carica, con la complicità di alcuni influenti “attori” internazionali.

Tutto ha inizio il 16 aprile quando in un lussuoso hotel di Santa Cruz (nell’omonimo distretto) tre sospetti malviventi sono stati uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia locale. Qualche ora più tardi, nei magazzini della fiera campionaria che si tiene della stessa città, la Fexpocruz, la polizia scopriva un nascondiglio di armi ed esplosivi, impiegati con ogni probabilità per compiere attentati.

A capo della cellula terrorista c’era Eduardo Rozsa Flores, uno degli uomini morti nella retata dell’hotel. Membro del partito ungherese neonazista “Jobbik”, Rozsa prestò servizio nelle milizie croate durante la guerra nella ex Iugoslavia, prima di essere assunto sotto falsa identità dall’impresa COTAS (Cooperativa Telefonica di Santa Cruz), di proprietà di vari dirigenti del Comitato Civico Pro Santa Cruz (uno dei più accaniti gruppi separatisti) e dell’organizzazione razzista Nación Camba.

Alcuni giorni dopo la sua morte, la stampa rendeva pubblica un’intervista nella quale Rozsa dichiarava che “il Consiglio Dipartimentale di Santa Cruz ha deciso la creazione di un corpo di sicurezza regionale [milizia armata, ndr]” e in un’altra aggiungeva “dichiareremo l’indipendenza e creeremo un nuovo Paese!”. Secondo altre fonti, questo mercenario di origine magiara avrebbe mantenuto strette relazioni con alti funzionari della sede boliviana dell’ente newyorkese “Human Right Foundation” (HRF) e con alcuni delegati dell’organizzazione di estrema destra “UnoAmérica”.

Di recentissima creazione la UnoAmérica, formata da militari ultranazionalisti e da paramilitari provenienti da El Salvador, Colombia, Argentina e Venezuela, riceve sostanziosi finanziamenti dall’Agenzia Internazionale per lo Sviluppo (USAID) e dal National Endowment of Democracy (NED), lo stesso ente nordamericano che sostiene dal 2005 anche il Comitato Civico Pro Santa Cruz. Secondo la studiosa Eva Golinger, dal 2002 USAID avrebbe destinato ben 97 milioni di dollari ai gruppi della destra autonomista boliviana, per il finanziamento di programmi atti a favorire la “decentralizzazione” (o meglio, la “balcanizzazione”) del paese andino. Il presidente di UnoAmérica è Alejandro Peña Esclusa, un politico venezuelano antichavista che alle ultime elezioni politiche tenutesi nel suo paese ha ottenuto 2.424 voti, pari allo 0,04%.

Sul conto della HRF, conosciuta per i suoi legami con la CIA, si può osservare come dal 2005 (anno della fondazione) questo ente “benefico” abbia cominciato ad interessarsi seriamente alla realtà sociale (e politica) latinoamericana tanto da creare nuove filiali in Bolivia (2007), Ecuador (2008) e prossimamente, secondo quanto ammesso dagli stessi dirigenti, anche in Nicaragua.

Solo pochi mesi fa, l’interferenza degli Usa negli affari interni della Bolivia e la loro complicità nel fomentare la secessione dei dipartimenti “ribelli” aveva indotto il governo di La Paz ad espellere dal paese l’ambasciatore statunitense Philip Goldberg, un vero e proprio esperto di “balcanizzazione” avendo lavorato dal 1994 al 1996 in Kosovo. Evidentemente, buttare giù il governo di Evo Morales non è solo l’obbiettivo dell’oligarchia della “Mezzaluna”.



Note:
* “Ecuador e Bolivia: la natura nella Costituzione” di Giuseppe De Marzo, in “Latinoamerica” n°105 (04/2008).